Panic selling, banche e petrolio

Dall’intervista di TRENDONLINE.COM al nostro trader Alessandro Aldrovandi:

Panic selling sui mercati e solo qualche schiarita come quella di mercoledì. Come spiegare ciò che sta succedendo?

E’ sempre difficile prevedere l’andamento dei mercati finanziari a priori, mentre dopo diventa fin troppo facile elencare le motivazioni che hanno indotto quel comportamento.
Questa volta, invece, ci troviamo in una situazione piuttosto insolita, poichè anche ex-post non risultano evidenti argomentazioni certe, nè univoche.
Innanzitutto, è paradossale osservare una correlazione diretta tra il prezzo del petrolio e le quotazioni di Borsa, entrambi in picchiata.
Poi, a dispetto delle previsioni di molti analisti, si assiste ad una maggiore debolezza dell’azionario europeo rispetto a quello americano, nonostante quest’ultimo stia cavalcando un rally da oramai 5 anni e dovrebbe risentire del processo di rialzo dei tassi avviato dalla Fed.
Inoltre, focalizzando l’attenzione sulle variabili macroeconomiche del vecchio continente, rimangono le criticità già conosciute (bilanci dei paesi periferici e crescita del Pil fermo allo zero virgola qualcosa), ma non si rilevano ulteriori negatività, ad esclusione delle solite scaramucce politiche.
Infine, qualcuno sostiene che si tratta esclusivamente di speculazione finanziaria, magari accentuata dall’utilizzo dell’HFT, e che la lettura attenza di un grafico weekly avrebbe potuto evidenziare questo scenario.
In definitiva, le ipotesi sono molte, ma nessuna sufficientemente forte per spiegare quello che sta succedendo. Tra le altre, assolutamente condivisibili, ci permettiamo di segnalarne ancora una, finora passata abbastanza sotto silenzio: la Brexit, ossia il pericolo che la Gran Bretagna esca dalla Ue.

Situazione delicata sul sistema bancario europeo. Qual è la situazione di quello italiano e quali i protagonisti, nel bene e nel male del prossimo futuro?

Le aziende di credito sono uno dei pilastri dell’economia europea ed in questo momento non godono di ottima salute, incidendo pesantemente sull’indice Eurostoxx. Basti pensare al colosso Deutsche Bank, che presenta conti non particolarmente brillanti e un’ammontare eccessivo di derivati in possesso.
In italia, la criticità degli istituti bancari deriva dal totale delle sofferenze (200 miliardi di euro di crediti inesigibili), solo in piccola parte risolto con un (perverso) meccanismo di Bad Bank concordato con la Ue.
Comunque, anche grazie all’introduzione del Bail-in, sono diventati di pubblico dominio alcuni indicatori di affidabilità/solvibilità delle banche, che possono permettere ai risparmiatori e correntisti di avere sempre il polso della situazione. Sulla base di questi fondamentali, oltre a quelli del bilancio 2015, che l’impostazione tecnica, potrebbe essere conveniente investire senza troppi rischi su: Banca Popolare di Milano, Banco Popolare, Bper e Banca Mediolanum. Assumendosi qualche rischio in più, invece, sono da monitorare: Intesa Sanpaolo, Ubi banca e Banca MPS (finalmente!). Non ci piacciono Mediobanca e Unicredit.

Quale strategia adottare sugli energetici visto l’andamento del petrolio e future proiezioni negative?

Nel breve termine il settore energetico è impostato in modo negativo a causa delle basse quotazioni del petrolio e del gas. Sebbene da qualche settimana i prezzi si siano assestati su alcuni minimi importanti, rispettivamente nell’intorno dei 30 e dei 2 dollari, in realtà non sono presenti segnali tecnici di inversione.
A nostro parere, il crollo delle quotazioni non è dovuto ad un eccesso di offerta (shale oil o quota dell’Iran) o alla diminuzione di domanda da parte della Cina, quanto piuttosto alle politiche di prezzo dell’Opec.
La questione di base è il costo di estrazione della materia prima: finchè estrarre in modo tradizionale costerà 10 volte meno che utilizzare le tecnologia necessaria per ottenere il petrolio (o gas) di scisto), ossia l’offerta aggiuntiva sul mercato, i paesi arabi potranno permettersi di abbassare ulteriormente i prezzi, uccidendo la concorrenza americana. Lo dimostra il fatto che lo scorso anno alcune società quotate negli Usa, specializzate in questo settore, sono fallite. Di conseguenza, la presenza dello shale oil potrebbe ritornare ad essere solo un’ipotesi sulla carta e nel medio termine dovremmo assistere ad un consistente recupero dei titoli energetici.